Ab assuetis non fit passio, recita un antico detto: “non si fa caso alle cose abituali”; ed è, per noi, abitudine consolidata vedere il tabernacolo collocato al centro dell’altare. Non sempre ha avuto questa collocazione e anche oggi, dopo il Concilio Vaticano II, si ritorna, talvolta, a vedere il tabernacolo collocato in una cappella fuori dall’aula principale della chiesa o, comunque, fuori dall’altare maggiore.
Mi sembra utile tornare a ritroso nella storia liturgica percorrendo le tappe di una evoluzione sempre correlata alla storia dell’altare.
L’unicità dell’altare nelle chiese è attestata fino dal VI secolo, in seguito gli altari aumentano di numero ma rimane l’assoluto rispetto per la mensa dominica che esclude quanto è estraneo alla celebrazione del Santo Sacrificio. Verso la fine del secolo IX si inizia a collocare sulla mensa dell’altare, in modo permanente, un nuovo elemento molto significativo: le reliquie dei Santi. Si aggiungono ben presto altri elementi, tanto che agli inizi del X secolo un importante documento, di origine gallicana, conosciuto sotto il nome di Admonitio Synodalis, divenuto legge generale per tutte le Chiese d’occidente, prescrive che sull’altare “si devono tenere soltanto le urne dei Santi (capsae), l’Evangeliario e la pisside con il Corpo del Signore per gli ammalati; ogni altra cosa va riposta in un luogo conveniente”.