Entre los griegos, para los cuales era de suma importancia todo lo que estaba en relación al mar, el ancla era utilizada como símbolo de la vida marítima. Esta imagen estaba presente en algunas monedas, como símbolo de un puerto (Alejandría, Antioquia); o en algunos epitafios paganos representando la profesión del difunto.
La Igleisa necesita de santos, lo sabemos, y ella necesita también de artistas hábiles y capaces; los unos y los otros, santos y artistas, son testimonio del espíritu que vive en Cristo (Pablo VI Carta a los miembros de la Comisión Diocesana de Arte Sacra. 4 de junio de 1967).
sábado, 22 de enero de 2011
sábado, 15 de enero de 2011
LE ICONE COME IL CANTO GREGORIANO
L'attenzione della Chiesa di Roma verso le Chiese dell'Oriente è una costante della sua storia, non affievolita dallo scisma del
Il primo nucleo di trenta Icone venne esposto nel 1762 nel Museo Sacro della Biblioteca Apostolica, regnando Papa Benedetto XIV Lambertini. In seguito altri nuclei collezionistici, databili fra XV e XIX secolo, si aggiunsero al gruppo originario. Oggi la Sala delle Icone, diciottesima della Pinacoteca, ospita centocinquanta pezzi di varia provenienza geografica e culturale: la Grecia postbizantina, i Paesi balcanici, la Russia , l'area veneziana e dalmata, il Vicino Oriente.
IL COSMO RACCONTATO DALLA BIBBIA
LA PROVOCAZIONE DELL'ARTE
Studente di teologia alla Pontificia Università Gregoriana, ero anch'io in piazza San Pietro l'8 dicembre 1965, quando i Padri a chiusura del concilio Vaticano ii lanciarono, tra i vari messaggi alle diverse categorie sociali e professionali, queste parole agli artisti: "Il mondo in cui viviamo ha bisogno di bellezza per non oscurarsi nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che mette la gioia nel cuore degli uomini, è il frutto prezioso che resiste all'usura del tempo, che unisce le generazioni e le congiunge nell'ammirazione. E ciò grazie alle vostre mani". IL TEMA DELLA VOCAZIONE NELL'ARTE: MONACI, FRATI ED EREMITI
Il nuovo modo di vedere e sentire sviluppatosi nella Chiesa d'epoca patristica - lo stile che potremmo chiamare mistagogico - corrisponde a una vocazione allora altrettanto nuova, quella eremitica o monastica. Il caso esemplare è la vocazione di sant'Antonio abate, avvenuta mentre ascoltava la proclamazione del vangelo alla messa.
L'evento, narrato dal biografo di Antonio, sant'Atanasio, viene descritto visivamente 1150 anni più tardi in una piccola tavola oggi a Berlino, opera dell'artista senese noto come il maestro dell'Osservanza, dove vediamo il giovane in piedi che ascolta mentre il celebrante legge il testo sacro. Atanasio insiste sulla situazione esistenziale del santo: i suoi genitori erano morti da meno di sei mesi e Antonio si domandava che fare con la propria vita, "riflettendo sulla ragione che aveva indotto gli apostoli a seguire il Salvatore dopo aver abbandonato ogni cosa". Ragazzo religioso, aveva la consuetudine di recarsi alla messa - dice Atanasio - e "meditando queste cose entrò in chiesa proprio mentre si leggeva il vangelo e sentì che il Signore aveva detto a quel ricco: "Se vuoi essere perfetto, va, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi, e avrai un tesoro nei cieli"" (Matteo, 19, 21). Allora Antonio, come se il racconto della vita dei santi fosse stato presentato dalla provvidenza e quelle parole fossero state lette proprio per lui, uscì subito dalla chiesa, diede in dono agli abitanti del paese le proprietà che aveva ereditato... e si dedicò nei pressi della sua casa alla vita ascetica, e cominciò a condurre con fortezza una vita aspra, senza nulla concedere a se stesso" (Vita Antonii, Patrologia Graeca, 26, 842-846). Ecco l'ascolto acutizzato dalla fede, che fa penetrare
IL PIENO INGRESSO DI SAN GIUSEPPE NELL'ICONOGRAFIA SI REGISTRA A PARTIRE DAL V SECOLO
L'arte cristiana dei primi secoli sembra dimenticare la figura di Giuseppe. Il fenomeno è stato spiegato riconducendo la formazione del più antico repertorio figurativo cristiano a una intenzione significativa di ordine eminentemente cristologico. Persino le prime scene di Natività pongono al centro della rappresentazione il Bambino, sorretto da Maria, anch'essa attrice coprotagonista e, spesso, ridotta a mera "chiave di lettura" dell'episodio evangelico, assurgendo al ruolo di "seggio" o di "cattedra", sulle cui ginocchia siede il piccolo re.
Eppure del padre putativo di Gesù, i vangeli (Luca e Matteo) rievocano dettagliatamente la genealogia come per collocare nella storia umana e nella discendenza di Abramo e di Davide la nascita del Cristo. Altre notizie provengono da Marco (6, 3) e ancora da Matteo (13, 55) che definiscono Giuseppe come tèkton, una professione di larga accezione, che tocca l'attività del carpentiere, del falegname, ma anche del faber o del maniscalco.
CARATTERI E CONTESTI DELLE SEPOLTURE PALEOCRISTIANE
Rispetto alle consuetudini funerarie elaborate dalle civiltà antiche e, specialmente, dall'esperienza ellenistico-romana, la prassi funeraria paleocristiana presenta immediatamente caratteri e tendenze che conducono verso sistemi sepolcrali più uniformi, omogenei ed egualitari. Tali caratteri dipendono proprio da un mutamento di mentalità, ma anche di ritualità, che comportano, ad esempio, l'uso esclusivo dell'inumazione, la quale, come è intuitivo, dà luogo a un primo livellamento delle tipologie funerarie, che abbatte quell'articolazione delle morfologie sepolcrali provocate dalla coesistenza dell'incinerazione e della inumazione e, dunque, dei contenitori dei resti umani, ora ridotti a semplici urne cinerarie, ora a più importanti monumenti che, dall'umile fossa, giungono al solenne mausoleo.
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